oneforthepot

martedì, febbraio 21, 2006

Cotton Club



Sto impazzendo, giuro, letteralmente impazzendo per il suono dorato e squillante delle Big Bands, del Jazz degli anni '30 e '40.
Questo mio sempre più ricorrente volgere lo sguardo all'indietro potrebbe anche preoccuparmi, ma non so cosa farci.
Duke Ellington, Glenn Miller, Chick Webb, Gene Krupa, Cab Calloway, Eddie Condon, Count Basie, Benny Goodman, Artie Shaw...
Che musiche incredibili. Quelle sezioni di fiati così feline e rapide, quelle batterie legnose e stordenti, quelle atmosfere ovattate color ambra...
Tra tutti i dischi e le raccolte trovate in rete (e si trovano. Oohh, se si trovano...) sto ascoltando a ripetizione l'antologia della Verve Jazz Masters di Harry James. Una di quelle scoperte fatte per caso che ti cambiano la vita.
Ecco da dove arrivava Quincy Jones! Sentite che tromba! Quella appunto di Harry James, leader della sua band, messa in piedi quando, nel 1938, il suo ruolo, la sua popolarità come membro dell'Orchestra di Benny Goodman stavano diventando quasi ingombranti. E aveva appena 22 anni.
Fu in questa Orchestra che mosse i primi passi l'allora sconosciuto Frank Sinatra. Per pochi mesi, però, prima di passare nell'Orchestra di Tommy Dorsey.
La scoperta di questi mondi è stata per me talmente folgorante da spingermi in più occasioni a chiedermi "ma che bisogno c'era di 'inventare' il Be-Bop?!? Lo Swing era già perfetto, rotondo, magico. Non serviva nient'altro..."
Vi butto lì una manciata di titoli.
Se avete banda larga e voglia di scandagliare i server di eMule, non lasciateveli scappare.
Harry James - Verve Jazz Masters N° 55
Cab Calloway - The Complete Cotton Club 1933-1934
Artie Shaw and his Orchestra - Begin the Beguine

Buonanotte.
E Sogni d'oro...

testuali parole di oneforthepot 02:20 | commenti (14) | permalink

giovedì, febbraio 16, 2006

Sing-A-long



L'altro giorno, in auto, stavo ascoltando Ray Conniff in concert at The Sahara, straordinario resoconto dal vivo di uno dei più grandi personaggi dell'easy listening del secolo scorso. In un attimo ho avuto l'illuminazione e ho capito qual'era il segreto, ciò che ha portato al successo e resi immortali Ray Conniff His Orchestra & Chorus: il fatto che avessero spinto milioni di persone in tutto il mondo a...cantare.
Con la 'rivoluzionaria' tecnica del vocalizzo, trasformando cioé i testi delle canzoni più note in morbide sequenze di da-ba-da-ba-da, rendeva accessibile a tutti la possibilità di cantarle, a prescindere dalla conoscenza delle parole stesse o della lingua.
Se pensiamo che stiamo parlando degli anni '60, di un periodo in cui il futuro era chiaro e promettente all'orizzonte, ci si rende subito conto dell'impatto che può aver avuto un'idea di tal genere.
E proprio mentre mi lasciavo andare a queste elucubrazioni, arrivava la traccia numero 10, Memories are made of this, in cui Conniff tira in ballo il pubblico in un esilarante sing-along. "Non è necessario che sappiate le parole. Basta un daa-da...". A parte la maestria nel coinvolgere la platea in un divertente siparietto (dopo un primo tentativo Conniff sconsolato commenta "mi piacerebbe dire che andava bene, ma non è così..."), questi cinque minuti di pure entertainment sono il ritratto perfetto di un'era ormai lontanissima.
Ahimé.

testuali parole di oneforthepot 10:22 | commenti (9) | permalink

domenica, febbraio 12, 2006

Varie ed eventuali

Pare che Paul Weller, a chi gli proponeva di duettare sul palco dei Brit Awards assieme a James - You're Beautiful - Blunt, abbia risposto che avrebbe preferito, piuttosto, mangiare i propri escrementi.
Adoro quest'uomo!

A proposito di James Blunt, sul sito Petition Spot, troverete la petizione per impedire a James Blunt di fare altra musica orrenda. Si può naturalmente aderire e sottoscrivere l'iniziativa.
Io l'ho fatto. E, devo dire, sto già meglio.

Una delle più belle sorprese capitatemi ascoltando musica in giro per la rete è stata il disco di Nicola Conte, Other Directions (Blue Note 2005). Splendido esempio di come, se vogliamo, possiamo non essere secondi a nessuno, anche in ambito jazz. Il disco è caldissimo e leggero, scorre a passo veloce attraverso panorami a metà strada tra mediterraneo e west-coast. Tiene ben saldi i riferimenti alla migliore tradizione cinematografica italiana e, soprattutto, è suonato da dio da una formazione che pare non aver fatto altro nella vita (con una particolare menzione per Gianluca Petrella al trombone).
Se l'avessi scoperto prima l'avrei messo senza esitazione tra i cinque dischi migliori del 2005.

Tornando invece a parlare di standards, non riesco a trattenermi dall'affermare che una delle più emozionanti versioni di Basin Street Blues (classico di Spencer Williams, dedicato ad una famosa strada di New Orleans, ed inciso per la prima volta da Louis Armstrong nel 1929) è quella per soli giradischi suonata da Kid Koala. Assolutamente geniale.

testuali parole di oneforthepot 20:39 | commenti (4) | permalink

mercoledì, febbraio 08, 2006

Standards

Non ho mai ascoltato a fondo Keith Jarrett.
Conoscevo giusto The Koln Concert (più per l'alone mitologico che lo circonda che per altro).
E conoscevo anche il suo caratterino, altrettanto leggendario, la sua intolleranza assoluta per i colpi di tosse, per i sospiri e le pur minime distrazioni del pubblico durante i suoi concerti.
Un cagacazzo, pensavo.
Poi mi son detto, proviamo. Mi sono ascoltato i suoi Standards in doppio CD.
Beh, bello, bravo.
Ma i versi...
I mugugni a cui si abbandona durante i suoi voli li trovo, dopo un paio di minuti, insopportabili, come se fossero i mugugni di chi sta ascoltando il concerto sulla poltrona di fianco alla tua.
E statte'zzitto!
Poi, voglio dire, se devo ascoltare degli equilibrismi vocali scelgo Bobby McFerrin. Avete presente il suo disco The Voice?
Solo voce, la sua. E dal vivo. La sua versione di Blackbird, in quel disco, è a dir poco strepitosa.
Insomma, niente da fare.
Tra me e Keith Jarrett non c'è feeling.
Sorry.

Poi ho ascoltato il nuovo disco di Burt Bacharach, dopo mesi di riluttanza. Ne avevo sentito parlare poco bene.
Mi puzzava la collaborazione con Dr Dre. Temevo di dover ammettere che quanto Bacharach aveva da dire l'avesse già detto durante gli anni passati, lungo una carriera straordinaria ed inarrivabile.
E forse è davvero così. Le pietre miliari posate da Burt lungo il sentiero della musica Pop, dal dopoguerra a ieri l'altro sono talmente tante che davvero non si può pretendere di più.
Per questo motivo non c'è da scandalizzarsi se il suo nuovo lavoro non ne contiene nemmeno una.
Non c'è da scandalizzarsi perché comunque è un buon disco, di musica pop adult-oriented, con un occhio strizzato all'urbanità dei ritmi (e questa è la cosa più debole, alla fine) e la solita classe nel catturare melodie e dolcezza.
In più Bacharach ci mette la voce, quella che avevo ascoltato per la prima volta durante il suo concerto a Modena, quella voce che avevo trovato così incerta, così poco perfetta, e che proprio per questo mi aveva colpito.
Dopo mezzo secolo di melodie divine, una voce umana. Sottile, instabile, sotto quei capelli grigi.
Assolutamente affascinante.

Ogni volta, ogni volta che ascolto Just a Gigolo/I ain't got nobody di Louis Prima, è come se fosse la prima volta. Mi vengono i brividi, non riesco a star fermo, devo saltare e ballare, e ridere, e cantare.
Grandioso!

Memorabile anche la versione di Walter Wanderley del brano "So what's new", musica della pubblicità della Birra Peroni alla fine degli anni '60. Brano originariamente scritto da John Pisano, chitarrista dei Tijuana Brass, quelli di Herb Alpert...
Che tempi.

Parlavo proprio di quei tempi l'altra sera, a cena con i miei, festeggiando il loro anniversario di matrimonio.
Abbiamo riso parecchio, tutti, quando mio padre ha accennato al fatto che allora non lo spaventava l'idea di avere due figli a poco più di vent'anni. Era rassicurato, allora, dalla sensazione che quei due figli sarebbero cresciuti in fretta e in tempo per dargli una mano, per aiutarlo a tirare la carretta...
Abbiamo riso...
Parecchio.
Già.

testuali parole di oneforthepot 01:22 | commenti (10) | permalink

venerdì, febbraio 03, 2006

Parole Senza


testuali parole di oneforthepot 00:58 | commenti (4) | permalink